Il Lago delle Oche Selvatiche: buon cinema orientale [recensione]

La popolarità data dalla vittoria degli Oscar 2020 del film Parasite ha creato attenzione anche su altri film di origini orientali. È il caso de “Il Lago delle Oche Selvatiche“, un film violento e drammatico, con tracce di noir. La regia è affidata a Diao Yinan, che si preoccupa di raccontare la storia di gangsters, che gli ha già portato la vittoria dell’Orso d’Oro di Berlino con il film “Fuochi d’Artificio in Pieno Giorno“.

Il film riesce a raccontare con dovizia di particolari tutta la trama predisposta dagli sceneggiatori, cambiando più volte genere e non avendone uno fisso. Una pellicola, quella de “Il Lago delle Oche Selvatiche” che non ha un genere standard che si tiene dall’inizio alla fine, ma ha tratti di noir e drammatici, con altri che servono a documentare la realtà di alcune periferie in Cina. Il regista mostra la desolazione di alcune zone della Cina, cercando di far emergere l’abbandono delle stesse e delle difficoltà che la società deve affrontare.

Per fare questo utilizza il personaggio di Zhou, una persona uscita da poco di prigione, che finisce in zone dove la criminalità regna sovrana. L’omicidio di un agente di polizia, effettuato proprio da Zhou, dà l’inizio alla fase gangster del film, con l’entrata in scena della polizia cinese, che pone anche una taglia su Zhou.

Dopo una prima parte di fuga e di genere poliziesco, entra nel film la parte noir, con la presenza femminile che inizia ad interagire con Zhou, che accompagnerà il film fino alla fine. Buono il montaggio e la regia, con una fotografia basata sui giochi di luci ed ombre, che rendono bene il disagio nella pellicola.

Gianni Loppi

Giovane laureato al Dams, classe 1989, con passione per il mondo del cinema e delle serie televisive. Passato da copywriter per altri portali legati alla cultura ed allo spettacolo.