Parasite, un capolavoro su tutti i livelli [recensione]

Parasite è un film di Bong Joon-ho, vincitrice di quattro premi Oscar nel 2020, per il miglior film, la miglior regia, la miglior sceneggiatura originale e come miglior film straniero. Si tratta di un film che mette in contrapposizione due mondi diversi, limitandosi per la maggior parte ad avere una funzione di racconto. Parasite racconta due realtà diverse, una, quella della famiglia Kim, che vive nella povertà e sussidiata con la disoccupazione, l’altra, quella della famiglia Park vive nella parte residenziale e benestante della città.

Non c’è una vera e propria critica del sistema in cui si trovano le due famiglie, con il termine “Parassita” che indica la modalità nella quale vive la famiglia Kim e non come è vista dalla famiglia Park. Non si tratta di una critica al razzismo, cosa confermata anche dall’assenza di atteggiamenti razzisti da parte della famiglia Park verso la famiglia Kim. Si mettono in risalto, invece, i modi di vivere ed i relativi problemi: da un lato una famiglia abituata alla povertà, dall’altro una famiglia inebriata dai soldi ma con standard di vita più “normali” ed accettabili.

Vivere da parassita

La famiglia Kim non si rende conto delle condizioni nelle quali vive, come mostra la scena iniziale, dove il padre scaccia uno scarafaggio invece di ucciderlo. Questo è l’allarme lanciato dal film, che indica un mondo che vorrebbe vivere come la famiglia Park, ma che non sa come farlo. Questa volontà è manifestata all’interno del film dal “piano” di cui parla sia il padre che il figlio della famiglia Kim, con Kim Ki-taek che spiega nei momenti finali come questo piano, un’altra maniera di indicare un sogno, non esista e non ci sia modo di arrivarci. Questa rassegnazione è frutto di una vita vissuta da “parassita” e abituata oramai ad esserlo. Il figlio, pieno di “piani”, alla fine finisce nella stessa condizione del padre, segno e critica del fatto che il modello in cui vivono non è solamente diseguale rispetto a quello della famiglia Park, ma che non consente alcuna “scalata” da parte di chi ci vive, a causa della mancanza degli strumenti culturali per poterlo fare.

Il concetto di ricchezza

Nel film c’è una critica alla ricchezza, ma non in quanto tale ma alle conseguenze alle quali può portare. Si tratta della famiglia Park, abituata ad avere i soldi, sapendoli usare ma non conoscendone il valore, mentre la famiglia Kim conosce il valore dei soldi, ma non è abituata ad usarli. Difatti quando, a metà film, la famiglia Kim riesce a ottenere il quarto stipendio dalla famiglia Park, questa nuova ricchezza, tanto ambita (ad inizio film sfiorano una rissa per pochi soldi) non è per nulla sfruttata. A quel punto avrebbero dovuto cambiare appartamento, rendendosi conto della propria situazione da “parassita” e risolvendo anche il problema dell’odore, che si era già manifestato.

Il film segnala il problema di una famiglia che ambisce alla ricchezza, si trova a suo agio nella ricchezza, basti pensare al piano finale del figlio di Kim, quello di arrivare a comprare la casa, ma nonostante questo quando ha la disponibilità economica per realizzare quel sogno/piano, non lo realizza, preferendo rimanere nel seminterrato.

L’odore

È la chiave del film, non solamente perché decide la sequenza finale della trama del film, ma perché risulta essere la consapevolezza dell’essere “parassita” da parte della famiglia Kim, la quale, non essendo consapevole di esserlo ignora questo problema, pur avendo fatto di tutto per entrare nella casa. Una famiglia che ha effettuato diversi piani “infallibili” per avere la condizione di “ricco” o comunque benestante, sottovaluta quell’aspetto perché non lo considera un problema.

Si tratta di un modo abituale di vivere della famiglia Kim, totalmente irrazionale per gli standard Occidentali, in questo caso rappresentati dalla famiglia Park. Nelle scene dell’allagamento della casa, la figlia di Kim si ritrova nella stessa situazione di “normalità”, sopra il water a cercare la connessione Wi-Fi, mentre la casa è totalmente allagata. Sono abituati alla povertà e non sono capaci di uscirne, anche avendone la possibilità (quando hanno quattro lavori).

L’odore è la presa di coscienza di una condizione “non normale”, alla quale Kim agisce con rabbia, rendendosi conto del suo essere. Il signor Park nella scena del suo omicidio non agisce con razzismo, nella sua bolla di ricchezza aveva notato l’odore della famiglia Kim ed anche in condizioni di pericolo lo fa notare. Non si tratta di un attacco alla famiglia Kim, ma in quel momento Kim si rende conto del problema. Il signor Park in quella scena ha la “colpa” di indicare il problema, in maniera inconscia e molto credibile, vista la situazione di pericolo nella quale si trovava, al signor Kim, che in quel momento capisce essere abituato ad avere quell’odore, da parassita.

L’allarme lanciato da Bong Joon-ho

Non si tratta di un’allarme razzismo, ma di un modo di vivere di alcune popolazioni, non solo asiatiche, che non riescono ad uscire dalla loro bolla, pur avendone l’ambizione. Il signor Kim rimane nella sua condizioni di parassita anche dopo essersi conto di esserlo (tramite la scena dell’uccisione del signor Park), tornando nel bunker della casa dei Park.

Una condizione in cui si trovano le zone non sviluppate come può essere l’Occidente, o come il quartiere dove vivono i Park. Non sono i Park a vedere come “parassiti” la famiglia Kim, difatti nessuno se ne accorge del loro essere “parassiti”, ma è la famiglia Kim che non si rende conto di esserlo, pur volendo “diventare” ed entrare “in Occidente”. L’allarme va dunque oltre le disparità sociali, che ci sono, ma delle quali la famiglia Park non ha colpa, quanto più al modo di vivere, incompatibile con la “scalata sociale”.

Gianni Loppi

Giovane laureato al Dams, classe 1989, con passione per il mondo del cinema e delle serie televisive. Passato da copywriter per altri portali legati alla cultura ed allo spettacolo.